Quello che non ci dicono sulle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026

 

Da quando sono a Bormio, lavorando ogni giorno in negozio, c’è una frase che sento ripetere spesso.
La dicono persone diverse, di età diverse, con toni diversi. Ma il senso è quasi sempre lo stesso:

“Speriamo che passino in fretta.”

Non è rabbia.
Non è nemmeno disinteresse.4E3A25È piuttosto una forma di stanchezza anticipata, la sensazione che questo grande evento, raccontato come un’occasione irripetibile, stia arrivando più addosso che insieme a chi qui vive tutto l’anno.

Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 sono state presentate fin dall’inizio come un modello virtuoso: Giochi “diffusi”, sostenibili, basati su strutture esistenti, con costi contenuti.

Una narrazione rassicurante, soprattutto per chi osserva da lontano.
Ma basta trovarsi sul territorio per accorgersi che la distanza tra racconto e realtà è ampia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

La promessa olimpica e la parola che torna sempre

Nei documenti ufficiali e nei comunicati stampa ricorre spesso una parola: legacy.
In termini semplici, significa “che cosa resta dopo l’evento”.

Non solo in termini di immagine o visibilità, ma di infrastrutture, di costi futuri, di manutenzione, di qualità della vita per chi continuerà ad abitare questi luoghi quando le Olimpiadi saranno finite.

Oggi il costo complessivo di Milano Cortina 2026 oscilla tra 5,7 e 7 miliardi di euro, quasi interamente di origine pubblica.
Di questi, circa 4,1 miliardi sono destinati a opere infrastrutturali: strade, varianti, tunnel, parcheggi.

Opere giustificate come necessarie per l’evento, ma che incidono in modo permanente su territori fragili, molto oltre le due settimane di gare.

E allora la domanda che emerge, parlando con chi vive qui, è semplice:

che tipo di eredità stiamo costruendo?

 


 

Priorità pubbliche e scelte difficili da spiegare

Un simbolo evidente di questo squilibrio è la nuova pista da bob di Cortina d’Ampezzo:

  • costo stimato: 131,7 milioni di euro

  • sbancamento: circa sette ettari di terreno

  • costi di gestione futuri: almeno 400.000 euro all’anno

Non è solo una questione paesaggistica.
In Lombardia, meno della metà delle scuole dispone di una palestra funzionante. Non è un dato citato per fare polemica, ma per dare una misura delle priorità.

In un contesto in cui mancano spazi per lo sport di base, accessibili a tutti, investire una cifra simile in un impianto iper-specializzato porta a una domanda inevitabile:

come decidiamo dove indirizzare le risorse pubbliche, e per chi?

Nel frattempo, milioni di euro continuano a essere destinati a impianti sciistici e infrastrutture turistiche, mentre gli ultimi anni sono stati i più caldi mai registrati e la neve naturale sotto i 1.800 metri è sempre più incerta.

Le Alpi si stanno scaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media globale.
Eppure il modello economico dominante fatica ad adattarsi.

 


 

Un modello che non si adatta, ma si irrigidisce

Già prima delle Olimpiadi, il settore sciistico riceveva finanziamenti pubblici costanti: contributi per impianti di risalita, bacini di innevamento, ammodernamenti tecnologici.

Milano Cortina 2026 non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una traiettoria già avviata, che continua a sostenere economicamente un settore sempre più dipendente da condizioni climatiche che non esistono più.

In questo contesto, l’innevamento artificiale viene spesso presentato come soluzione tecnica inevitabile.
Ma produrre neve artificiale richiede grandi quantità di acqua ed energia, prelevate e concentrate in bacini artificiali.

Inoltre, la neve artificiale non è uguale a quella naturale: è più compatta, si scioglie più lentamente e altera il modo in cui l’acqua penetra nel terreno, modificando i cicli idrici e il suolo.

In un’epoca di risorse sempre più limitate, continuare a investire in questa direzione significa rimandare il problema, non risolverlo.

 


 

Bormio: quando la legacy diventa quotidiana

Qui a Bormio, tutto questo smette di essere teorico.

Uno dei casi più discussi è quello della tangenzialina: una strada di circa 800 metri che collegherà la Statale 38 alla zona delle funivie.

L’opera comporta:

  • la perdita definitiva di oltre 10.000 m² di prati stabili e quasi 13.000 m² di suolo agricolo

  • la costruzione di una grande rotonda nella golena del torrente Frodolfo, già esondata nel 2023

  • la cancellazione di un varco inedificabile importante per la biodiversità locale

Accanto a questa, ci sono altre opere rientrate negli investimenti olimpici che non saranno pronte per le Olimpiadi.
Un esempio è la galleria che taglia Tirano, pensata per migliorare la viabilità lungo la Valtellina, ma che con ogni probabilità non entrerà in funzione durante l’evento.

Un altro intervento molto discusso è la ristrutturazione del cosiddetto “Pentagono”, un grande edificio pubblico nel centro di Bormio.
I lavori ammontano a oltre 20 milioni di euro di fondi pubblici.

Qui il dubbio, condiviso da molti residenti, è semplice e ancora senza risposta:
come verrà utilizzata questa struttura dopo le Olimpiadi?

Alloggi temporanei? Uffici? Spazi vuoti da mantenere?

A tutto questo si aggiunge un aspetto poco raccontato:
diverse attività commerciali e artigianali che si trovavano all’interno delle zone rosse sono state costrette a chiudere temporaneamente, senza aver ricevuto, almeno finora,  rimborsi per i danni economici subiti.

Per chi lavora qui tutto l’anno, il prezzo dell’evento non è solo futuro.
È già presente.

 


 

Livigno: spingere ancora su aree già sature

A Livigno, le trasformazioni sono ancora più evidenti.

Un parcheggio multipiano da 33,8 milioni di euro, collegato a una nuova cabinovia, ha richiesto il rimodellamento di oltre 18 ettari di versante e il taglio di più di due ettari di bosco.
A questo si aggiunge un bacino di innevamento artificiale a 2.600 metri di quota, da 203.000 m³ d’acqua, costato 21,7 milioni di euro di fondi pubblici.

Interventi pensati per aumentare la capacità turistica in una valle che già oggi vive forti fenomeni di affollamento stagionale.

Anche qui, invece di interrogarsi su come diversificare l’economia di montagna, si continua a spingere sullo stesso modello, rendendolo sempre più dipendente da infrastrutture costose e da un equilibrio climatico sempre più fragile.Image

 


 

Olimpiadi, prezzi e disparità

I grandi eventi non impattano tutti allo stesso modo.

Nel breve periodo, le Olimpiadi contribuiscono ad alzare i prezzi: affitti, alloggi, spazi commerciali, servizi.
Per chi arriva da fuori per pochi giorni è un costo temporaneo.
Per chi vive qui tutto l’anno, è un problema strutturale.

Molti residenti raccontano difficoltà crescenti nel trovare casa, nel sostenere affitti sempre più alti, nel competere con un mercato pensato soprattutto per chi resta poco e spende molto.

Il rischio è che, una volta passato l’evento, i prezzi restino alti mentre le opportunità diminuiscono, rendendo la vita in valle più difficile proprio per chi garantisce continuità e presidio del territorio.

 


 

Essere qui, dentro le contraddizioni

C’è una cosa che sento importante dire con chiarezza.
Io sono qui anche grazie al turismo. Con la mia attività ho scelto di aprire un negozio temporaneo a Bormio e resterò qui fino a febbraio, Olimpiadi comprese.

Non faccio finta di esserne fuori.

Proprio per questo mi chiedo che tipo di turismo stiamo costruendo e a quale prezzo.
Nel mio piccolo, con Bira Bottega, provo a tenere fermo un altro punto:

  • capi che durano nel tempo

  • storie che non seguono le stagioni

  • un’idea di consumo che non ha bisogno di grandi eventi per sentirsi legittima

Non è una soluzione.
È solo un modo per ricordare che anche le scelte quotidiane fanno parte dell’eredità che lasciamo.


 

Quale eredità vogliamo davvero?

Forse la vera domanda su Milano Cortina 2026 non è se saranno le Olimpiadi “più sostenibili di sempre”.

La domanda è:

  • cosa resterà davvero a queste valli?

  • saranno territori più forti o più fragili?

  • stiamo costruendo montagne pensate per essere abitate o solo attraversate?

Le Olimpiadi passeranno.
Le infrastrutture resteranno.

La vera eredità non è solo quella scritta nei dossier ufficiali, ma quella che costruiamo ogni giorno con le decisioni che prendiamo come cittadini, come consumatori, come persone che scelgono come abitare la montagna.